Codice della classe (solo come riferimento in aula): d0865200
Ciao Bruno!
Qui ti alleni a capire gli altri e a farti capire. Scegli un esercizio, scrivi con parole tue e ricevi subito un riscontro amico.
È uno spazio tuo e protetto: non c'è giudizio, solo allenamento. Scrivi quello che pensi davvero.
Scegli un esercizio
Dì come ti senti (senza accusare)
Quando litighi, dentro senti qualcosa: rabbia, tristezza, paura di restare solo. Se lo dici con parole tue — "mi sono sentito/a ___" — l'altro capisce meglio di quando urli o accusi. Parlare della TUA emozione ("mi sono arrabbiato quando...") è diverso da attaccare ("sei sempre cattivo"): la prima apre, la seconda chiude.
Pensa a un litigio vero. Scrivi come ti sei sentito/a e cosa è successo, iniziando con "Mi sono sentito/a ___ quando ___". Niente parolacce, niente "sei sempre".
Per riuscire: Hai nominato la tua emozione e il fatto che l'ha fatta nascere, senza attaccare l'altro.
Ascolta davvero l'altro
Nei litigi ognuno vuole parlare e nessuno ascolta. Ma se provi a capire come la vede l'altro bambino — e glielo ripeti con parole tue ("quindi tu ti sei arrabbiato perché...") — spesso la lite si sgonfia. Ascoltare non vuol dire dargli ragione: vuol dire capire, prima di rispondere.
Scrivi una domanda per farti raccontare la sua versione ("mi spieghi cosa è successo per te?") e una frase che ripete quello che ha detto lui, iniziando con "Quindi tu...".
Per riuscire: Hai una domanda per capire l'altro e una frase che ripete la sua versione con parole tue.
Metti un confine gentile ma chiaro
Se qualcuno fa una cosa che non ti sta bene, hai il diritto di dirlo — con calma e senza offendere. La formula è semplice: "Non mi piace quando ___. Ti chiedo di smettere." Non serve urlare né picchiare: una frase chiara e ferma vale di più. Se continua, ti allontani e lo dici a un adulto di cui ti fidi.
Scegli una cosa che ti dà fastidio quando un compagno la fa. Scrivi la frase-confine: "Non mi piace quando ___, ti chiedo di ___." Poi scrivi cosa fai se non smette.
Per riuscire: Hai una frase di confine chiara e calma e un piano se l'altro continua (allontanarti / chiedere aiuto).
Chiedi, non comandare
"Dammi la palla!" fa venire voglia di dire no. "Ti va di passarmela dopo il tuo turno?" fa venire voglia di dire sì. Le stesse cose, chieste in modo gentile, funzionano molto meglio. Trasforma gli ordini in richieste e le pretese in proposte: ottieni di più e litighi di meno.
Pensa a una cosa che vuoi da un compagno. Scrivila prima come ordine, poi riscrivila come richiesta gentile ("Ti va di ___?"). Nota la differenza.
Per riuscire: Hai trasformato un ordine in una richiesta gentile, con "per favore" o "ti va di".
Calma la tempesta prima di rispondere
Quando sei molto arrabbiato, dentro è come una tempesta: il cuore batte forte e diresti cose che poi ti dispiacciono. In quel momento il trucco è aspettare qualche secondo: tre respiri lenti, conta fino a dieci, bevi un sorso d'acqua. Non è debolezza: è essere più forte della rabbia. Dopo, con la testa più fredda, puoi parlare.
Scrivi come capisci che stai per "esplodere" (cosa senti nel corpo) e un tuo trucco per calmarti prima di rispondere. Poi scrivi cosa diresti DOPO esserti calmato/a.
Per riuscire: Hai riconosciuto un segnale del corpo, un modo per calmarti e una frase da dire dopo, con calma.
Prova a metterti nei suoi panni
A volte un compagno fa una cosa brutta non perché è cattivo, ma perché aveva paura, era geloso o stava male anche lui. Provare a immaginare perché l'ha fatto non vuol dire che va bene: vuol dire capire meglio. E quando capisci il perché, spesso trovi una soluzione invece di continuare la guerra.
Pensa a un compagno con cui hai litigato. Scrivi due motivi possibili per cui ha agito così (magari aveva paura? era geloso? si sentiva escluso?), senza giustificarlo del tutto.
Per riuscire: Hai immaginato almeno un motivo dietro il comportamento dell'altro, mostrando di provare a capirlo.
Quando ti lasciano fuori dal gruppo
Essere escluso fa male: ti senti solo e a volte pensi che sia colpa tua, ma non lo è. Puoi provare a chiedere di entrare con calma ("posso giocare anch'io?"), cercare un altro compagno o un altro gioco, e ricordarti che il tuo valore non dipende da chi ti fa entrare. Se ti escludono o ti prendono in giro sempre, non tenertelo dentro: parlane con un adulto di cui ti fidi.
Immagina (o ricorda) di essere lasciato/a fuori. Scrivi cosa potresti fare o dire con calma, e a quale adulto di fiducia ne parleresti se succedesse spesso.
Per riuscire: Hai un'azione calma da provare e hai indicato un adulto di fiducia a cui rivolgerti se si ripete.
Chiedere scusa e riparare
Sbagliare capita a tutti: anche tu a volte ferisci qualcuno, magari senza volerlo. La cosa da grandi non è "non sbagliare mai", ma saper riparare: dire "scusa" davvero (non "scusa, ma è colpa tua") e fare qualcosa per rimettere a posto. Una scusa sincera e un piccolo gesto ricuciono un'amicizia meglio di mille spiegazioni.
Pensa a una volta in cui hai ferito un compagno. Scrivi una scusa sincera (senza "ma" e senza incolpare lui) e un piccolo gesto per riparare.
Per riuscire: Hai una scusa sincera senza scuse-finte ("scusa ma...") e un gesto concreto per riparare.
Quando NON è un litigio normale: chiedi aiuto
La maggior parte dei litigi si risolve tra voi. Ma alcune cose sono troppo grandi per gestirle da solo: se qualcuno ti fa male apposta e ripetutamente, ti minaccia, ti prende in giro sempre, o ti fa sentire in pericolo, NON è una lite normale e non è colpa tua. In questi casi la cosa più coraggiosa è dirlo subito a un adulto di cui ti fidi (un genitore, un'insegnante). Chiedere aiuto non è "fare la spia": è proteggerti.
Scrivi la differenza, secondo te, tra un litigio normale e una cosa "troppo grande" da gestire da solo. Poi scrivi il nome di un adulto di fiducia a cui potresti parlarne.
Per riuscire: Sai distinguere un litigio normale da una situazione da segnalare e hai indicato un adulto di fiducia.
I tuoi riscontri
Scegli un altro esercizioMi sono sentita triste quando il mio compagno ha strappato il mio disegno, avevo bisogno di rispetto per il mio lavoro.
Per ora è un inizio: rivedi la consegna e riprova. Hai colto: parlare in prima persona (io), rispetto del ruolo e dei canali. Puoi aggiungere: mettere il bambino al centro. Tieni d'occhio il criterio di riuscita: Hai nominato la tua emozione e il fatto che l'ha fatta nascere, senza attaccare l'altro.